Jujutsu Life: Revolution
Capitolo 01 - Goodnight, Like Princesses
La luce soffusa dei lampioni della città illuminava le strade del quartiere di Shikamato mentre la nebbia autunnale incominciava ad alzarsi come le maree, sommergendo all’interno di essa le poche automobili parcheggiate lungo la strada, mentre i fiocchi di neve iniziavano ad accumularsi sull’asfalto. Ma la quiete di quella serata fu improvvisamente sospesa dall’incessante rumore di sirene e luci intermittenti di lampeggianti che rapidamente invase tutto il quartiere. Chiunque abitasse in quei palazzi si affacciò per capire cosa stesse succedendo, ma davanti ai loro occhi apparve solamente un giovane ragazzo intento a correre per la sua vita.
Ryoji era stanco, sentiva il respiro ferirgli il petto, i suoi capelli bruni e i suoi occhi verdi diventare quasi pesanti. La giacca nera del ragazzo, assieme ai suoi pantaloni neri, lo mimetizzava nell’ombra dei vicoli, mentre una sciarpa rossa riscaldava il suo collo in quella notte d’inverno. Il sudore colava dalla sua fronte finendo sulle sue labbra, aveva un sapore pessimo. Ma nulla era importante in quel momento. Aveva un impegno del resto, doveva correre, senza voltarsi indietro.
“Mancano solamente cinquecento metri”
Accelerò il passo, correndo verso la recinzione alla fine della strada, alta almeno tre metri, mentre reggeva uno zainetto sulle spalle e un piede di porco tra le dita della mano. Dopo ogni passo, i piedi ribollivano ancora di più.
Arrivò alla fine della strada, solamente per vedersi sbucare davanti due poliziotti in blu. I due cacciarono le armi, puntando al ragazzino che si trovava a pochissimi metri da loro.
Il ferro del piede di porco si abbattè dritto sulla sua mascella, la forza dell’impatto fu abbastanza da lasciare un’espressione patetica sul viso dello sbirro, mentre l’altro si avvicinò placcando il ragazzino, solamente per allontanarsi dopo una forte fitta allo stomaco, il ragazzo aveva impalato con la punta dell’arma il poliziotto, per colpirlo di nuovo al viso, mettendolo a dormire. Il ragazzo calciò via l’arma dello sbirro, facendo la stessa identica cosa con l’altro, ricominciando la sua corsa disperata.
«Non ve lo aspettavate, eh?»
Esclamò con fierezza, riprendendo la sua corsa disperata. Passò la mano rapidamente sullo zaino, fortunatamente non si era rotto niente. Ormai aveva staccato i due sbirri di almeno due viali, perdendosi nei vicoli del quartiere, mentre gli sbirri continuavano ad aumentare sempre di più. Bastava attraversare una strada, e sarebbe arrivato a destinazione: il Confine.
Il ragazzo si arrampicò su un cassonetto, afferrando una bottiglia di vetro che lanciò verso una macchina parcheggiata a bordo strada, dove due sbirri si erano appoggiati sopra, rivolti fissando la strada. Il lancio fu abbastanza forte da attivare l'allarme antifurto dopo l’impatto della bottiglia e il finestrino della macchina. I due sbirri corsero a vedere cos’era successo. Era il suo momento, il ragazzino corse nascondendosi con la nebbia, mentre finiva per infilarsi nell’ultimo vicolo che separava il quartiere dal Confine.
Esclamò tra sé e sé, alla vista del Confine. Il cancello pullulava di sbirri, mentre tutte quelle volanti della polizia suonavano come in un concerto.
“Da quando hanno ammazzato quel tipo lì hanno aumentato i controlli…”
Mormorò. Non era pratico delle zone che andavano oltre il Confine e la città bassa, ma sapeva ciò che accadeva al loro interno. Di recente, uno degli uomini fidati del Monarca era stato assassinato da dei rivoluzionari, e ora, la povera gente come lui ci rimetteva. Non gli interessava la politica o i giochi di potere, gli importava solamente di sopravvivere.
Ryoji si girò attorno, adocchiando da lontano dei cassonetti posati in modo da, forse, riuscire a scavalcare la recinzione. Il ragazzo attese il momento giusto, fissando la grata ferrata davanti a sè. Per passare, avrebbe sicuramente dovuto mettere mani e piedi tra il filo spinato. Tutto, in quel momento, però, sembrava essere più allettante di affrontare tutti quei poliziotti.
Lasciò a terra il piede di porco e iniziò ad arrampicarsi, allungando il primo piede oltre il filo spinato, ma esso sembrava già lacerare i pantaloni e la gamba. Appoggiò poi la mano per sorreggersi meglio, anch’essa iniziò a sanguinare, mentre le spine affondavano nella sua carne. Ryoji strinse gli occhi, trattenendosi dall’urlare dal dolore. Se fosse stato scoperto ora, ciò che gli avrebbero fatto gli sbirri sarebbe stato decisamente peggio.
Superato il filo spinato, si abbandonò ad una caduta di tre metri che fu ammorbidita dalla neve che si era agiata sul terreno. Nemmeno un attimo per lamentare il dolore, e il ragazzo si rialzò. Controllò se nulla si era rotto all’interno dello zaino, e corse verso la libertà , nella foresta.
Finalmente, dopo quaranta minuti di incessante camminata, Ryoji raggiunse una piccola casetta affacciata sul mare, tutta in legno, quasi cadente a pezzi. La soffice luce che emanava fu abbastanza per farlo sentire a casa, dopo quella giornata devastante.
Bussò, venendo aperto da due ragazzine poco più piccole di lui. Erano gemelle, uguali nei loro capelli castani e nei loro occhi verdi. Quella a destra corse ad abbracciare il fratello, che consegnò all’altra il suo zainetto.
«Finalmente! Dove sei stato?»
«Beh, sono andato a prendere una cosa. Su, venite dentro»
Le due seguirono il fratello, accomodandosi tutti a tavola.
«Sai che la cena si è fatta fredda, vero?»
Disse la prima delle sorelle, quella con lo zainetto in mano e una maglia rosa.
«Non ti preoccupare, Kotone. Ho mangiato per la via…»
Ryoji si lavò le mani, nascondendo il sangue ancora fresco sulla sua pelle alle sorelle. Non poteva farsi vedere così.
«Ho sentito le sirene, è successo qualcosa in città ?»
Disse l’altra sorella, quella che l’aveva abbracciato. Indossava attorno alla sua maglia bianca una coperta.
Ryoji si tornò a sedere, mettendo la mano sulla testa della sorella, scompigliandole i capelli. Il ragazzo sorrise, prendendo lo zaino da mano della sorella.
«Bene, ho una sorpresa per voi. Essendo questo il vostro quindicesimo compleanno, volevo farvi un regalo diverso dagli altri. Ecco a voi!»
Prese dallo zainetto una coppia di collane tutte in argento, scintillanti alla luce del camino che riscaldava la casa. Le due ragazze rimasero sbalordite, fissando il fratello. Kotone avvicinò la mano alla collana, indossandola.
Disse Kotone, fissando la perla scintillante al centro.
«Diciamo che… me le hanno regalate. Per una volta, volevo mandarvi a dormire come principesse»
Makoto, nel prendere la sua collana, si soffermò sulle mani di suo fratello. Erano piene di bende, e sporche di sangue.
«Q-Quelli… te li sei fatti per noi…?»
Ryoji si ammutolì, il suo sguardo era evitante. Le sorelle si pietrificarono.
«Tu non devi farti male per noi…»
Sospirò Kotone, esitando a mettere la collana. Makoto prese la collana in mano, ma non poteva distogliere lo sguardo dagli occhi del fratello.
«Ragazze… siete l’unica cosa che mi è rimasta»
«Io, per voi, farei di tutto. Vi avevo promesso un regalo speciale, no? Ed eccolo qua. Se vorrete, capovolgerò il mondo per voi»
Le due ragazze iniziarono a piangere. Il loro desiderio era stato esaudito, e non potevano non essere che felici.
Non avevano ricevuto piĂą nessun regalo da quando i loro genitori erano venuti a mancare durante i Culling Games. Della famiglia Sakanade, erano gli unici sopravvissuti, e ancora oggi, a distanza di sei anni, continuavano a combattere, a sopravvivere giorno dopo giorno.
L’Isola di Shushuka è considerata dal Governo Giapponese come irrecuperabile a causa della situazione isolana. L’isola pullula di maledizioni, e lo stregone più forte dell’isola, Nahobito Uematsu, ha istituito una dittatura, rendendo impossibile l’accesso all’isola senza mezzi militari.
Nonostante ciò, essa non presenta alcun vantaggio strategico o d’urgenza per i piani del Governo Giapponese, che ha decisamente altro a cui pensare come l’imminente Guerra tra Clan e la ripresa dopo le Guerre di Zen.
Shushuka era abbandonata a sé stessa, alla legge del più forte, ma la vera forza era quella di andare avanti, quella della famiglia Sakanade.
Il giorno dopo, Ryoji uscì per andare a caccia di cibo. Era inverno, perciò dirigersi di nuovo nel centro città sarebbe stato rischioso per la sua salute. Dopotutto, dopo le parole di ieri, non poteva mica tornare a casa malato, Makoto e Kotone confidavano in lui, il loro angelo custode. Vivere nei distretti esterni alla città centrale era come vivere in totale anarchia, dato che le forze dell’ordine si fermavano solamente a proteggere la città fino al confine, sempre al costo di una corposa tassa che esasperava gli animi della popolazione di Shushuka.
Qualsiasi cosa all’esterno era considerato alieno, da eliminare.
Il ragazzo si armò di un coltellino e di un arco improvvisato. Aveva sempre avuto da piccolo una mira impeccabile. Il ragazzo si muoveva di soppiatto, come un serpente pronto ad aggredire la sua preda. Tirò l’arco col braccio destro, mentre lo reggeva saldamente con quello sinistro. In un istante, scoccò la freccia.
«Tanta pazienza per un faggiano…»
Si avvicinò, recuperando la carcassa del volatile che aveva preso, accomodato su un ramo. Rimase deluso, ma perché tra tutti proprio un faggiano? A quel punto, si rimise in marcia, a caccia di altri bersagli, finché da lontano, non scorse con lo sguardo una sagoma misteriosa provenire dal mare. Era una nave.
I suoi occhi si riempirono improvvisamente di gioia.
Osservandola dalla collina della foresta, il ragazzo decise di scendere, mentre delle figure stavano legando le corde della nave ad un ormeggio abbandonato lì in zona. Una nave non arrivava lì da almeno sei anni, il che significava certamente che si erano persi in mare ed erano attraccati nel primo porto di fortuna che avevano trovato. Se fosse riuscito solo minimamente a convincere i marinai ad accoglierli sulla nave, avrebbe permesso a lui, Kotone e Makoto di avere una vita migliore. Di raggiungere il Giappone, ricominciando da zero la loro vita.
Il ragazzo raggiunse l’ormeggio, e fu rapidamente individuato da due signoroni intenti a fare un controllo della zona, per evitare che non ci fossero pericoli. Una torcia di uno degli uomini illuminò il viso del ragazzo.
Il ragazzo alzò le mani al cielo, lasciando cadere il coltellino.
«Il mio nome è Ryoji Sakanade. N-Non voglio farvi del male. Ho visto da lontano una luce arrivare ed ero curioso di cosa fosse, tutto qua»
I due uomini abbassarono le armi. Il ragazzo sembrava alquanto convincente.
I due uomini abbassarono le armi. Il ragazzo sembrava alquanto convincente.
«Sembri uno scheletro. Vieni, ti diamo qualcosa da mangiare»
Il ragazzo annuì, seguendo i due marinai all’interno della nave. Era un piccolo peschereccio fetoso di pesce, chiaramente, che, esattamente come aveva pensato, si era perso durante la navigazione. Il ragazzo spiegò la situazione dell’isola, finalmente, chiedendo agli uomini se fosse possibile accompagnare anche loro via dall’isola.
«Sarà dura, dobbiamo ricalibrare la rotta e rifornirci di provviste…»
Disse uno dei due portando due dita al mento, con aria pensierosa.
«Porteremo tutte le nostre provviste, fidatevi!»
Pronunciò con determinazione Ryoji, non poteva giocarsi quell’occasione.
«Va bene, allora. Vi porteremo con noi»
Singhiozzò il ragazzo, quasi piangendo. Finalmente, sarebbe potuto scappare da quella mostruosa isola. Ryoji corse a casa, lasciando ai due marinai il faggiano e l’arco. Era entusiasta, già immaginava la reazione delle sorelle. La foresta sembrava finalmente avere una fine, cosa che non sembrava aver mai visto quando andava a caccia. L’odore di selvaggina misto a quello del sottobosco creava un’atmosfera unica, come se la foresta stesse dando l’ultimo addio a quella famiglia. Bastava tornare, avvisare le sorelle, preparare le cose, ripassare per la foresta e partire.
Mancava così poco per la salvezza, finché, improvvisamente, Ryoji si fermò. Spalancò gli occhi, non poteva crederci. Non voleva crederci. Quell’odore.
Il suo battito si faceva piĂą forte, spingeva il sangue come se fosse un motore.
Il suo battito si faceva piĂą forte, spingeva il sangue come se fosse un motore.
Arrivò a casa, ciò che una volta era casa.
L’intera struttura stava crollando su se stessa, mentre le fiamme consumavano la legna. L’odore del sangue si mischiava a quello del fumo. Il ragazzo corse all’interno, iniziando a tossire. Tutto ciò che aveva giurato di proteggere si trovava lì, in fiamme. In meno di un’ora era stato cancellato tutto. Le lacrime bagnarono i suoi occhi, mentre il fumo a fatica gli permetteva di tenerli aperti. La foto di tutta la famiglia, l’adorata coperta di Kotone, stava tutto bruciando, assieme alle sue sorelle.
Ritrovò i loro corpi stesi a terra, senza vestiti.
Si avvicinò a quello di Makoto, la prima gemella, passando le dita sul suo collo nella speranza che fosse ancora viva, ma la vista del sangue scorrere in molteplici fori provocati da proiettili, dalla testa al petto, lo devastò. Voleva uscire, voleva respirare, ma non poteva abbandonare le sue sorelle, non lo aveva mai fatto.
Si avvicinò poi a quello di Kotone.
Un solo proiettile dritto in fronte. I suoi polsi erano stati forzati, erano pieni di lividi, mentre il sangue ormai aveva raggiunto anche le sue labbra. Il suo collo era stato graffiato, coe se avesse cercato di combattere. Collo…
Il ragazzo si girò attorno, adocchiando un cappello di colore blu con una stella militare. Non aveva più alcun dubbio.
Alzò il capo verso il soffitto. Voleva morire in quell’esatto momento, vicino alle sue sorelle come avrebbe sempre voluto vivere la sua vita.
“Quei bastardi. Quei pezzi di merda. Hanno setacciato una foresta per delle collane. Hanno… no… no… no…”
Si abbandonò ad un urlo. Facendo tremare la terra intera.
La casa ormai aveva smesso di bruciare, non era nemmeno più definibile una casa. Il ragazzo caricò le due sorelle sulle braccia, portandole lontane, via da lì.
Raggiunse una quercia lì vicina, e adagiò i corpi delle sorelle. Poi, in silenzio, iniziò a scavare con le mani. Le unghie si sporcavano di terra, conficcandosi prima nella neve, poi nel terriccio freddo. Era sudato, ma non sentiva freddo. Lo rigettava, non poteva sentirlo dopo tutto ciò.
Quando le sue dita raggiunsero l’ultimo centimetro della fossa, posò nella prima Makoto, e nella seconda, Kotone. Poi, riempì le fosse di terra e neve. Ma non finì li. Posizionò un rametto per ricordare i posti delle fosse, come se lui se ne potesse dimenticare. E andò alla ricerca di dei fiori. Ne trovò alcuni in un cespuglio, e con cura li recise dagli steli, conservando questi ultimi. Seduto vicino alle sorelle, iniziò a parlare con loro. Era solito farlo per metterle a dormire. Nonostante fossero grandi, comunque, nel loro profondo erano ancora delle bambine.
Con le mani, invece, univa con precisione tutti gli steli, legando ad essi i fiorellini raccolti con precisione chirurgica. Finalmente, aveva concluso le sue due piccole opere. Una collana di fiori rosa e una collana di fiori viola, che adagiò con dolcezza sulla neve bianca.
Erano morte per il loro diritto di vivere. Erano morte perché qualcuno era troppo legato a delle collane. Erano morte, e ora Ryoji era tutto solo, in un mondo al quale non voleva appartenere.
Esisteva per le sue sorelle, per proteggerle, per darle una vita migliore, eppure aveva fallito. Ora non c’erano più, gli erano state portate via.
Quel giorno, per lui. Era finito. Non c’era più niente da fare, se non dire una cosa alle sorelline.
Senza più una meta, né scopo per cui vivere, il ragazzo sì incamminò silenziosamente per la foresta, avendo una volta e per tutte, messo a dormire le sue sorelle come due principesse...